È un cortocircuito normativo quello che sta scaricando sulle famiglie piemontesi il costo delle scarpe ortopediche per bambini con disabilità. Una falla tra Stato e Regioni che produce un solo risultato concreto: un ausilio sanitario essenziale non viene più rimborsato e diventa una spesa privata.
La vicenda nasce da una decisione della Regione Piemonte, discussa e approvata in Consiglio regionale dalla maggioranza, che applica oggi una norma nazionale del 2017 finora rimasta in gran parte lettera morta. Da qui la domanda che circola anche fuori dall’aula: quanto risparmierà davvero la Regione, facendo pagare alle famiglie?
A porsela è un genitore di Villar Perosa. Sua figlia, con problemi di equilibrio, ha bisogno fin da piccola di scarpe ortopediche specifiche: «Costano circa 400 euro a paio e, crescendo, vanno cambiate anche due volte l’anno». Scarpe prescritte dal medico, realizzate da officine ortopediche, ma oggi escluse dal rimborso.
Il nodo è tecnico solo in apparenza. Il Dpcm sui Livelli essenziali di assistenza (Lea) riconosce le scarpe ortopediche su misura, ma non prevede codici per quelle di serie, pur indispensabili soprattutto in età pediatrica. Senza codice, le Asl non possono rimborsare. La Regione si richiama a questa lacuna normativa, applicandola però in modo non uniforme sul territorio nazionale: Lazio, Lombardia e Toscana continuano infatti a garantire il rimborso.
Il tema è arrivato anche a Roma, con un’interrogazione parlamentare presentata alla Camera. L’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi parla di un lavoro in corso per reinserire le prestazioni escluse e di un confronto in Conferenza delle Regioni. Ma il problema è noto da anni.
Il cortocircuito, dunque, non è burocratico ma istituzionale: una norma nazionale incompleta, un’applicazione regionale rigida e il risultato è che un ausilio sanitario indispensabile viene di fatto escluso dai Lea. Nel vuoto tra leggi e responsabilità, a pagare non è il sistema pubblico ma le famiglie, trasformate da beneficiarie di un diritto in finanziatrici forzate della sanità.

