«In un giorno di piena luce, il 21 giugno, Elvio Fassone è morto. Sei stato marito, papà, nonno, hai lasciato una grande eredità. Sei stato un magistrato alla ricerca di una giustizia capace di guardare anche a chi ha commesso un reato»: è uno dei passaggi dell’omelia di don Bruno Marabotto, pronunciata oggi nel Duomo di Pinerolo, dove in tanti – amici, magistrati e avvocati – si sono ritrovati per l’ultimo saluto.
Fassone, ex magistrato e parlamentare, è stato una figura di primo piano della giustizia italiana. Aveva 88 anni. Magistrato di Cassazione e presidente della Corte d’Assise, fu protagonista di processi complessi, tra cui quello alla mafia catanese negli anni Ottanta.
Nel ripercorrere la sua vita, don Marabotto ha ricordato un episodio emblematico: dopo aver condannato all’ergastolo un giovane mafioso, Fassone decise di scrivergli una lettera. Da quel gesto nacque un carteggio durato oltre vent’anni, poi diventato il libro «Fine pena: ora», una riflessione sulla pena, la dignità e la possibilità di cambiamento.
Il suo pensiero era chiaro: la pena deve essere utile, non solo afflittiva. Un principio radicato nell’articolo 27 della Costituzione, che Fassone ha sempre interpretato in modo concreto, richiedendo più spazio alle misure alternative, la riduzione della pena in presenza di percorsi solidi di reinserimento e il superamento degli automatismi che impediscono una valutazione individuale.
Il sacerdote ha inoltre ringraziato Fassone per l’aiuto concreto dato allo sviluppo dell’oratorio di San Domenico, luogo capace di accogliere i giovani nel loro percorso di crescita.
Nel Pinerolese, Fassone aveva anche dato vita, a Macello, in una cascina, a uno spazio dedicato a giovani artigiani alla ricerca del proprio futuro.
A chiudere la cerimonia, le parole dei figli – Marco, Simona e Raffaella – che hanno ricordato il padre nella vita quotidiana: “una bussola nei momenti difficili, un punto di riferimento capace di dare certezze”.

