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Torino Film Festival: “A Voix Haute – Speak Up” dove si celebra l’arte oratoria

064DE5CA-F579-4F7F-8F59-905479832843Anzitutto una buona notizia: i dati ufficiali, nonostante un multisala in meno (il Lux di via Po), danno, nel primo weekend di proiezioni, lo stesso numero di spettatori rispetto al 2016. Vedremo se questo dato positivo relativo all’affluenza sarà confermato alla fine del festival, il che potrebbe essere un incentivo per rilanciare il TFF per l’edizione 2018.

Venendo ai film visti in sala e cominciando da quelli in concorso, una menzione va fatta senz’altro per A Voix Haute – Speak Up, documentario francese diretto da Stephane De Freitas. Delizioso e mai banale, racconta il concorso per miglior oratore che si tiene annualmente all’Università Saint-Denis di Parigi. I protagonisti sono alcuni dei partecipanti, di estrazione ed etnia diversa, ma tutti accomunati da un sogno e una passione mai doma, quella dell’importanza delle parole e dell’oratoria, ma anche dell’educazione, della democrazia, dell’integrazione razziale e del confronto con gli altri, di qualsiasi fede o religione siano. Da applausi.

Sempre in concorso, il film argentino Arpon di Tomas Espinoza: un preside teme che nell’istituto scolastico superiore da lui diretto possa entrare del materiale vietato o qualcosa di pericoloso e così, senza avere ovviamente il potere di farlo, perquisisce gli zaini degli studenti, fino a quando scopre in quello di Cata una siringa per iniezioni alle labbra delle ragazze della scuola. Poi la situazione degenera quando, in assenza dei genitori, il preside stesso deve badare alla ragazza per un giorno e si affida ad una prostituta che frequenta. Un thriller asciutto e minimale, sui sospetti e i conflitti sociali della società moderna argentginba (e non solo). Buono.

Incluso, invece, nella rassegna After Hours, per così dire quella “dark” del festival, Riccardo Va All’Inferno di Roberta Torre (già regista, oramai sette anni fa, de I Baci Mai Dati) che rivisita, in un dramma musicale, il Riccardo III di Shakespeare, impresa certamente non facile. Ne viene fuori un allucinato teatro dei fantasmi. Ottima la prova di Massimo Ranieri nei panni proprio di Riccardo. Forse qualche barocchismo di troppo e qualche maschera non del tutto azzeccata, un film riuscito a metà, comunque ambizioso e sicuramente da vedere, che a breve sarà  regolarmente distribuito in sala.

Giudizio negativo, invece, per l’ancor più allucinato Kuso esordio alla regia del musicista di jazz-elettronica Flying Lotus. In una Los Angeles post-Big One si intrecciano le vite di alcuni sopravvissuti tra insetti spaventosi e mutazioni organiche, soprattutto degli organi sessuali. Un delirio praticamente senza trama, che porta agli eccessi i temi cari al Lynch di Erasehead e al Cronenberg de Il Pasto Nudo, senza però avere la classe dei maestri. Forse meglio che si dia solo alla musica.

Continua, poi, la retrospettiva dedicata a Brian De Palma, del quale segnaliamo tre “classicissimi”: Vestito Per Uccidere (1980), Blow Out (1981) e Omicidio A Luci Rosse (1984). Nel primo, molto influenzato da Psycho di Hitchcock, una donna (Angie Dickson) in psicoterapia per problemi di coppia (e di ninfomania) viene uccisa. Alle indagini della polizia si affiancano quelle del figlio, un ragazzino genialoide (stra-nerd!) e di una prostituta (interpretata da Nancy Allen) che aveva assistito al delitto. Al centro delle indagini vi è lo psicoterapeuta della donna (un bravissimo Michael Caine) che sembra conoscere il nome dell’assassino (o dell’assassina?). Blow Out (con un John Travolta in una delle sue migliori interpretazioni e di nuovo Nancy Allen) è invece più ispirato a film come La Conversazione di Francis Ford Coppola (ma anche, come dice esplicitamente il titolo, a Blow Up di Antonioni) e si inserisce nel filone dei film “complottistici”, molto in voga nel cinema a stelle e strisce tra anni settanta e ottanta. Un fonico registra l’incidente stradale nel quale ha perso la vita il governatore McKay, futuro candidato alle presidenziali degli Stati Uniti. Capisce che non si tratta di un incidente e cerca l’aiuto della ragazza che si trovava anch’essa nell’auto e che lui stesso era riuscito a trarre in salvo. Infine, Omicidio a Luci Rosse (qui torna l’ispirazione hitchcockiana, La Donna Che Visse Due Volte e La Finestra Sul Cortile, in particolare): un attore di film di serie B (Craig Wasson) spia una donna (Deborah Shelton) che inscena un balletto erotico ogni sera, poi inizia a seguirla e, infine, assiste al suo omicidio. Scoprirà, con l’aiuto di un attrice di film porno (interpretata da una sensualissima Melanie Griffth), che non si è trattato di una semplice rapina andata a male. Quasi superfluo dire si tratta di tre film molto belli, probabilmente del periodo migliore del regista. Grande perfezione formale, con il limite che a volte l’estetica sembra dominare su tutto il resto. Se, poi, si fa il raffronto con il film del maestro Sir Alfred (le citazioni in Vestito Per Uccidere e Omicidio A Luci Rosse sono tantissime) De Palma ne esce fuori, certamente, perdente. Ma parliamo di Alfred Hitchcock!

Tra le retrospettive va segnalata anche la rassegna Amerikana curata da Asia Argento, non una semplice madrina, ma attivamente coinvolta nell’organizzazione e nel programma del festival,  presente anche come interprete della performance teatrale Trbalho De Concetracao. Tra i film della rassegna vi è anche Out The Blue di Denis Hopper, uno dei più bei film degli anni ottanta (è del 1980), ingiustamente sottovalutato rispetto ad altre opere del regista, come Easy Rider. Si tratta invece di un film di culto, citatissimo nel cinema (ad esempio, la stessa Asia Argento de Ingannevole E’ Il Cuore Più Di Ogni Cosa, anch’esso incluso nella rassegna) e nella musica (il gruppo indie rock scozzese Primal Scream, nella canzone Kill All Hippies). Presentato al festival proprio da un’Asia Argento più bella e pimpante che mai. La quindicenne Cebe ha una madre eroinomane e ninfomane e un padre in carcere, si tiene a galla con la passione per la musica punk e per Elvis Presley. Le cose però precipitano quando il padre torna in libertà. Un film punk con un finale veramente “no future”. Stupendo. Molto bella anche la colonna sonora, su tutte My My, Hey Hey (Out Of The Blue) di Neil Young.

Infine, nella retrospettiva Non Dire Gatto … (con il piccolo felino come protagonista), si è fatto apprezzare  il cult di Lucio Fulci Gatto Nero (1981), liberamente ispirato all’omonimo racconto di Edgar Allan Poe. In un paesino della campagna inglese un medium si serve di un gatto per vendette personali, finchè questo sfugge al suo controllo. Intanto, continuano ad avvenire omicidi nei quali vi sono sempre indizi che portano a ritenere che sulla scena del delitto vi fosse proprio un gatto. Un ispettore, inviato da Scotland Yard, indaga con l’aiuto di una fotoreporter americana. Non un semplice B movie, ma un piccolo classico del genere, con una trama avvincente e alcune trovate assai originali. Del resto parliamo di Lucio Fulci, uno dei maestri del giallo e dell’horror italiano anni settanta-ottanta.

Attendiamo ora le proiezioni dell’ultimo weekend del festival e le premiazioni dei film migliori tra quelli in concorso.

Vi.De.

 

 

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