La dottoressa spiega con una favola ai bambini il Coronavirus
Tra un turno e l’altro Gabriella Grea, rianimatrice di Torino, ha scritto una favola per spiegare ai più piccoli cos’è il coronavirus e precisa: “Una mia ex paziente, insieme a nuora e nipote ne hanno realizzato un video animato per i bimbi di una scuola materna eporediese. Tre generazioni che si sono ritrovate. Credo che il tempo della cura sia anche questo”
Il lago delle fate addormentate
Nevica nel Bosco dei Pensieri ed i cuccioli alla Scuola dell’Allegria hanno i nasi stampati sui vetri, desiderosi di uscire a giocare. Solo i gemelli G1 e G2, i piccoli ghiri della classe si scaldano gli zampini davanti al camino. Sono appena usciti dal letargo invernale e questa neve tardiva li ha sorpresi e infreddoliti. Heidi però impedisce ai giovani allievi di uscire, nonostante sia l’ora dell’intervallo. “Oggi resterete in aula, perché dobbiamo affrontare un argomento importante. G1 e G2 staccatevi dal fuoco e distribuite una bacca di ribes ciascuno”. Conquistati come sempre dalla malia di Adelaide e dallo zuccheroso ribes, tutti i cuccioli tengono le orecchie ben dritte. “Vi siete resi conto di quello che succede in questi giorni nel mondo dei Senza Pelo? I vostri occhioni sgranati parlano chiaro, non sapete ancora nulla. Purtroppo un virus si è diffuso da noi animali a loro, cogliendone di sorpresa le difese, perciò si stanno ammalando gravemente e sono molto spaventati.” Sabelotodo, il gufo sapiente, ricorda ai pelosetti che il virus è un organismo invisibile ad occhio nudo, che va in giro senza valigia, quindi ha bisogno di tutto il corredo dell’ospite per poter sopravvivere. Talvolta è così tanto aggressivo e ingordo che si appropria della vita stessa del soggetto a cui si è avvinto come l’edera. Proprio come l’edera finisce per soffocare la pianta che le ha permesso di crescere, così il virus soffoca il suo ospite. “Benissimo, era ora!” urla Giovannino l’Ermellino, “Per secoli i Senza Pelo hanno perseguitato e ucciso i miei simili, adesso si arrangino!”. Uno sguardo d’intesa tra Sabelotodo e Heidi, poi un lungo sospiro della maestra: “Giovannino, ti capisco, mi rendo conto che il tuo pensiero sia legittimo, ma non posso condividerlo. Vi ho insegnato che la cattiveria, la menzogna e la falsità non sono di tutti i Senza Pelo, non dobbiamo generalizzare”. In realtà Adelaide è meno convincente del solito, parla alla classe, ma il suo sguardo è perso nell’orizzonte di un dolore antico. Bea, la piccola capretta tibetana, figlia della sua migliore amica, intercetta l’empasse della maestra ed interviene in aiuto. “Che cosa possiamo fare noi animali del bosco per aiutare i Senza Pelo che ci sono amici?”. L’asinella, commossa dalla profonda sensibilità della capretta, si rivolge sommessa agli allievi:”Dobbiamo distrarli, allontanarli dal panico e dalla paura della morte”. Beatrice parlotta con la sua vicina di banco Annarella, la tortorella dal collare, e propone ai compagni di raccontare la favola del Lago delle Fate Addormentate, che aveva aiutato tutto il Bosco dei Pensieri a superare un momento difficile. Fiera ed orgogliosa dei suoi cuccioli, Heidi scuote la coda in segno di approvazione. Ovviamente si offre volontario lo scoiattolo Gino, sì, proprio lui, Gino Tartaglino, lo ricordate? Ormai è cresciuto, ha tolto l’apparecchio, non balbetta più ed è diventato il portavoce ufficiale della scolaresca. Ritto e fiero, alla cattedra, sul dorso della maestra Heidi, inizia a raccontare: “C’era una volta, tante e tante stagioni passate, un bosco di larici ai piedi delle montagne. Malauguratamente una muffa si era annidata nella linfa degli alberi e aveva alterato la corteccia, senza però ammalare gli alberi e impedirne la crescita. L’inverno era stato lungo, molto più lungo e freddo del solito, quindi cervi, stambecchi e camosci si nutrivano soprattutto della corteccia dei larici. Ci fu una moria di tanti animali per l’assenza di cibo, ma tra i cervi, solo tra loro, le vittime superavano di gran lunga quelle imputabili solo alla fame. Bramivano dal dolore, con una strana schiuma bianca sul muso, barcollavano come ubriachi, per poi morire in pochi giorni senza un perché. Il re cervo, disperato, senza armi per difendere il suo branco, raggiunse il lago delle fate addormentate. Era un luogo inviolabile: nessun animale poteva disturbare il sonno invernale delle fate. Galleggiavano sulle acque del lago ghiacciato, avvolte nei loro mantelli d’argento, con il capo riparato da un cappuccio bianco a cilindro, che la Signora della Neve aveva poggiato su ciascuna fatina per conciliarne il sonno. Il cervo sapeva che lo Spirito del lago era la sua unica possibilità per comprendere ciò che stava succedendo al suo branco. In silenzio, cauto, si avvicinò alla riva, finché vide spuntare un bucaneve curioso, “ecco il mio lasciapassare”-pensò- “mi permettono di avvicinarmi!”. Raggiunse quindi la cascata più sereno e aspettò. Il rumore dell’acqua divenne un suono più chiaro, lindo: “Buona alba Re Cervo, che cosa ti porta qui al lago? deve essere grave, se osi disturbare il sonno delle fate”. “Solo la disperazione mi ha dato il coraggio, poiché il mio branco sta morendo, senza che io sia in grado di aiutarlo”. Una voce profonda, dal cuore della fonte, rassicurò il Re: “Nessuno può. La natura ha deciso. Purtroppo vi siete nutriti di alberi dalla corteccia resa velenosa dalla muffa. Alcuni si ammaleranno e moriranno, altri sopravviveranno. Ciclicamente questi eventi si verificano senza che nessun essere vivente di ogni genere e specie possa porvi rimedio. Nutritevi di altro cibo, se potete, e rassegnatevi al destino. Ancora più sconsolato il Re Cervo tornò sulle sue impronte e raggiunse il Bosco dei Larici, convocò il suo branco e raccontò quanto appreso, poi divise gli esemplari anziani dai giovani e le femmine con i cuccioli. Spinse i cerbiatti con la madri verso la radura, confinante con il villaggio dei Senza Pelo, inviò gli esemplari più giovani lontano, in cerca di corteccia sana e lasciò gli anziani nel bosco. Quale difficile decisione dovette affrontare, ma l’istinto ha scritto le sue leggi nel DNA di ogni animale, tutti i cervi sapevano che il Re non aveva scelta. Tuttavia la solidarietà degli animali del bosco e dei Senza Pelo dotati di cuore permise a molti esemplari di sopravvivere. Le poiane portarono i loro nidi, colmi di vermetti, bacche e arbusti, agli anziani confinati nel bosco, mentre i Senza Pelo garantirono fieno e latte per le mamme con i cerbiatti. Giorno dopo giorno la primavera fece capolino e, nonostante il dolore per la morte di tanti animali, la vita nel bosco dei larici riprese secondo il ritmo stagionale”. “La legge di Natura è crudele, ma ha sempre un razionale, vero prof Sabelotodo?!” “Certo” annuì l’anziano gufo, tristemente consapevole che il comportamento dei Senza Pelo era troppo spesso tracotante e irrispettoso proprio di quella Natura che non ammette spavalderia. “Il fuoco brucia sempre, lo so bene io, – sentenziò l’ochetta Pasqualina, mostrando il codino strinato da un tizzone birichino, suscitando l’ilarità dell’intera scolaresca. “Stiamo degenerando truppa -ragliò divertita la maestra Heidi- che cosa proponete dunque ai cuccioli dei Senza Pelo, per aiutarli in questo momento difficile? Di leggere favole e di volare lontano con l’immaginazione?”. “Ottima idea maestra – annuì Bea- Perchè come scrisse il Senza Pelo francese, quello del biscotto che gli ricorda quand’era piccolo… Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Con questo augurio di fantasia il Bosco dei Pensieri ed i suoi cuccioli vi salutano e ritornano nelle pieghe dei vostri sogni.




